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La Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti o SERR ha come obiettivo il coinvolgimento attivo di cittadini, istituzioni e imprese verso azioni rivolte alla riduzione dell’impatto della produzione di rifiuti e la loro immissione nell’ambiente. Il tema di quest’anno è la dematerializzazione.

“Dematerializzazione” significa usare meno materiali, o nessun materiale, per fornire all’utente le stesse funzionalità.

Fra le 5.286 azioni approvate da #SERR2015  in Italia, la quasi totalità (98%) ha a che vedere con la prevenzione e la riduzione dei rifiuti a monte, in coerenza con la gerarchia europea di gestione rifiuti; un’azione su dieci affronta la tematica del riutilizzo.

Le Giornate tematiche di prevenzione si concentreranno su come fare di più con meno.

Le azioni proposte si concretizzano in due ambiti principali:

  1. Passare dai prodotti ai servizi

cioè condividere e prendere in prestito prodotti, organizzare servizi di gruppo che sostituiscano il possesso individuale.

  1. Migliorare l’utilizzo dei materiali

cioè aumentare l’efficienza dell’utilizzo dei materiali, ma anche riutilizzando prodotti.

La prevenzione dei rifiuti passa attraverso la creazione di una coscienza condivisa sulla necessità di ridurre alla base la quantità di rifiuti prodotti, con azioni che rendano il consumatore cosciente nel momento in cui opera un acquisto, chiedendosi se l’acquisto è veramente necessario per un prodotto nuovo, comprendendo l’impatto che esso ha in termini ambientali, sociologici ed economici.

Un modo per mettere  in pratica tutto ciò è il consumo intelligente: migliorare l’utilizzo di beni già in uso vendendo e acquistando beni materiali nei mercatini dell’usato. Mercatopoli e Baby Bazar hanno aderito alla SERR2015 e questa settimana  saranno a disposizione di tutti i cittadini per fornire informazioni e materiali di consultazione riguardo  ai temi del riuso, del secondhand e di come trasformare ciò che non si usa più in una risorsa nel rispetto della Direttiva Europea.

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Partecipa anche tu alla #SERR2015 … RIUTILIZZA ciò che non ti serve più portando nei negozi dell’usato tutto ciò che è ancora in buono stato. Qualcuno potrà riacquistarlo e riutilizzarlo.

Per trovare il mercatino dell’usato più vicino a te, consulta la mappa del riuso.

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Il primo punto da chiarire, in materia di riuso e prevenzione dei rifiuti, è che, secondo la normativa, riusare significa NON PRODURRE RIFIUTI. Il riuso, cioè, agisce nella fase precedente al momento in cui qualcosa diventa, secondo la legge, un rifiuto.

Rifiuto è, secondo la direttiva 2008/98/CE, qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi. Nel momento in cui un oggetto viene buttato nella pattumiera e diventa un rifiuto, anche se è ancora utilizzabile, esso rientra in un processo complesso per il trattamento dei rifiuti normato da altre leggi e regolamenti.

Non tutto ciò che rifiutiamo però necessariamente deve terminare il ciclo di vita. Molti oggetti infatti sono ancora riutilizzabili e conservano un valore.

Ad esempio i mercatini dell’usato sono strutture che possono intercettare tutto ciò che non viene usato, ma che conserva ancora un valore e può essere ri-utilizzato e ri-commerciato.

Sono luoghi in cui viene fatta esposizione di oggetti di seconda mano che possono essere venduti e comprati; non rifiuti ma beni: oggetti in ottimo stato che sono ancora utilizzabili, intercettati prima di essere buttati via.

Il riutilizzo è attualmente regolamentato dalla direttiva 2008/98/CE, che “stabilisce il quadro normativo per il trattamento dei rifiuti nella Comunità.

La direttiva definisce alcuni concetti basilari, come le nozioni di rifiuto, recupero e smaltimento, e stabilisce gli obblighi essenziali per la gestione dei rifiuti”.  cui ha fatto seguito, in Italia,  il PROGRAMMA NAZIONALE di PREVENZIONE DEI RIFIUTI, adottato il 7 ottobre 2013 con decreto ministeriale.

 

corso-rifiuti-01-lezione-adempimenti-amministrativi-5-728La normativa europea del 2008 ordina, in una scala di efficienza e valore, le pratiche possibili per diminuire la produzione di rifiuti.

Ri-usare un oggetto prima che abbia terminato il suo ciclo di vita è prevenzione dei rifiuti e si colloca al vertice della piramide, come la pratica più efficiente.

 

In proposito, però, restano ancora dei vuoti legislativi.

La richiesta degli operatori dell’usato è, attualmente, legata al riconoscimento come figure professionali autonome e rilevanti che forniscono un servizio ai cittadini nell’ambito della prevenzione dei rifiuti.

Per tracciare un modello di crescita economica intelligente legata ai principi di sostenibilità ambientale e efficienza nell’uso delle risorse è necessario adeguare la normativa italiana alle direttive europee. In attesa di ciò gli Operatori dell’usato si sono incontrati a Roma il 23 Marzo 2015 durante la manifestazione UsatoCamp, per focalizzare l’attenzione dei media e del mondo politico sulla necessità urgente di normare il settore dell’usato in conto terzi con regole chiare ed equilibrate.

Abbiamo cercato di darvi alcune brevi indicazioni sulle questioni legate alla normativa; per ulteriori approfondimenti comunque, vi invitiamo a leggere, oltre ai testi di legge citati, il RAPPORTO NAZIONALE SUL RIUTILIZZO 2014 e gli altri documenti a cura di Rete ONU.

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SpazioRiuso.it arricchisce il dizionario del riuso grazie al contributo di Mirco Rossi.

“L’umanità sta superando numerosi “limiti” e mettendo in discussione le condizioni stesse della sua esistenza, legate all’equilibrio dinamico che ha governato il pianeta. Gran parte delle abitudini e dei comportamenti che si sono consolidati nell’ultimo mezzo secolo di “vacche grasse” devono essere abbandonati o cambiati, a partire dalla insulsa distruzione di materia e di energia che costituisce l’insieme dei nostri rifiuti. La più semplice e facile risposta è la pratica del riuso e del riutilizzo.”

Così iniziamo a riflettere a partire dalle esperienze personali e da una conoscenza del fare.

Riuso: antico vizio di famiglia che … si consolida.

In questa foto ci sono tante storie e tanti ricordi, uniti a funzionalità attuali e future.

Cerco di farne un sunto senza annoiare il lettore.

La sezione di rotaia.

Risale ai primi anni ’30, quando il nonno materno lavorava ancora nell’officina delle ferrovie. E’ un perfetto mini-incudine che offre piani, angoli netti, punti curvi o vuoti, per raddrizzare, appiattire, sagomare, curvare o piegare opportunamente piccoli oggetti di metallo. L’ho ereditato e lo tramanderò a uno dei miei figli che crescendo hanno imparato a sfruttarlo. Non so quantificare le innumerevoli volte che mi è stato utile. Da bambino l’uso più frequente che ne facevo era raddrizzare chiodi usati che, dal legname dov’erano conficcati, estraevo con ….

La tenaglia

Non ne sono certo ma dovrebbe risalire alla fine dell’800. Costruita artigianalmente con ferro acciaioso si caratterizza per l’apertura a rondine del finale di uno dei due manici, leggermente piegato, accorgimento utilissimo per sollevare di pochi millimetri la testa del chiodo conficcato nel legno per poi tirarlo fuori con le ganasce. Era del nonno paterno che ritengo l’abbia usata a lungo innalzando e smontando le impalcature necessarie a sostenere le sponde dei canali che scavava per “professione”. E’ sempre stata usata molto da mio padre e da me quand’ero bambino. Ultimamente la uso di rado perché ormai i chiodi si usano poco sia in falegnameria che in carpenteria. Ma talvolta è ancora utile.

Il metro

Si tratta di un metro d’acciaio a stecche di 10 cm ciascuna, un tempo insostituibile nelle officine e in particolare nel lavoro dei fabbri. Può essere piegato “di piatto” per seguire bene le curve, entrare in contatto senza problemi con metalli molto caldi, incandescenti, o con parti molto sporche e unte di olio. Lo adoperava mio padre nell’officina dello stabilimento dove lavorava dal 1942. Lo uso ancora quando le condizioni lo richiedono ma non così di frequente perché è lungo solo un metro.

Il trapano da traforo

Me lo regalarono che avevo 8 anni quando con gli amici avevo acquistato il pacco di disegni da incollare (con la colla che facevamo mescolando acqua e farina di frumento) sul compensato di faggio per costruire “a traforo” durante l’estate in parrocchia la Torre Eiffel. Era una grande sfida realizzare una struttura complessa, alta circa 120 cm, ma ci riuscimmo e ne andammo a lungo orgogliosi. Quel trapano è nato per fare fori da 1 o 2 mm di diametro su spessori di legno tenero spessi non più di 6-7 mm e infilarci dentro il seghetto che poi viene fissato allo speciale archetto. Diventato grande non ho più usato il traforo ma ho scoperto che quell’attrezzo è particolarmente efficace nel preparare, senza bisogno di attrezzature elettriche, il primo foro di “invito” nel muro quando si appende un quadro. Il chiodo così non rischia più di far saltare la malta dell’intonaco.

Il trapano a manovella.

Lo acquistai negli anni ’60 quando i trapani elettrici erano già ben diffusi ma ancora grandi, ingombranti, e si doveva alimentarli con il cavo dalla rete. Non esistevano gli avvitatori o i piccoli trapani a batteria.

Quel semplice trapano a ingranaggi soddisfava egregiamente le esigenze più minute che inevitabilmente si presentavano nel bricolage casalingo. Anche adesso, senza rete elettrica e con le batterie scariche, le sue prestazioni risultano utili.

Lo spaccanoci in acciaio inox

E’ uno strumento che uso quasi quotidianamente. Lo costruì mio padre nell’officina dove lavorava ricavandolo da una verga di acciaio inox. Faceva parte di un “servizio” che comprendeva un lungo coltello e un mestolo semisferico da cucina, con cui, appena sposato, arricchì la scarsa dotazione casalinga durante la guerra. Il resto del “servizio” l’ho già consegnato al più grande dei miei figli che ne fa uso normalmente.

Mirco Rossi, divulgatore sui temi dell’energia, sottolinea le connessioni tra i pericoli e le esigenze che emergono dalle sue ricerche tecnico-scientifiche e i valori etico-sociali della sobrietà, oggi largamente soffocati dai guasti del consumismo. È membro del Comitato Scientifico di Aspo Italia (sezione di Aspo International – Association Study of Peak Oil and Gas) e del Comitato Scientifico del Centro Studi l’Uomo e l’Ambiente di Padova.

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Oggi il blog di SpazioRiuso.it è andato a cercare alcuni degli artigiani del riutilizzo che lavorano a Venezia e dintorni, sono Enzo e Camilla, rispettivamente di Redolab e Camoz. Ognuno ha la propria esperienza – Redolab crea principalmente mobili e complementi d’arredo con materiali di recupero, Camoz produce accessori con i tessuti che vengono dalle velerie. Dal loro incontro poi, nascono idee e prodotti sorprendenti….

Da dove nascono le vostre esperienze? Nello specifico: per voi da dove è nata l’idea di sfruttare –economicamente- la pratica del riuso e ciò viene prima o dopo il “ riuso come esigenza personale-creativa”?

E. Redolab è un progetto nato nel maggio 2013 da me, Enzo Agresti, che mi occupo del lavoro manuale, e da Enrico Borsani Colussi, che invece gestisce l’immagine e la comunicazione.
Il progetto ha preso forma durante l’organizzazione del festival sul riuso creativo “tuttodarifare” che si è tenuto nel maggio 2013 presso la ex centrale del latte Plip a Mestre.
Durante quel periodo abbiamo avuto a che fare con molti creativi/artigiani, che poi sarebbero diventati gli espositori del festival, e la loro passione ci ha coinvolti: unire creatività ad una nuova interpretazione degli oggetti e del materiale destinati allo smaltimento è un gran bel modo per contribuire al rispetto e salvaguardia dell’ambiente.
A seguito di questa esperienza è nato Redolab un laboratorio artigianale e creativo che realizza mobili, complementi d’arredo e oggetti di artigianato attraverso il riciclo di materiali recuperati.

C. La mia esperienza di Camoz nasce un po’ per scherzo, ma direttamente sul campo, da quando lavoravo come artigiana in veleria avevo provato a realizzare x gusto personale alcune borse e oggetti fatti con gli scarti delle vele, sicuramente è stata determinante la mia esperienza in Francia, dove nel periodo in cui ho lavorato in veleria una mareggiata danneggiò la struttura dove lavoravo e con essa tutti i tessuti e le vele presenti, da li ho iniziato a recuperare costantemente i tessuti e a pensare che quello che era ritenuto uno scarto, se opportunamente trattato, poteva diventare una risorsa. Poi chiaramente la componente della passione per quello che fai è determinante.

Da idea a realtà economica/sociale/commerciale… Mi chiedevo se vi sono serviti dei fondi per iniziare, da dove vengono, se sono stati vostri risparmi o avete trovato qualcuno che investisse nelle vostre idee…

E. Per mantenere la massima indipendenza e poter esprimere al meglio le nostre idee abbiamo investito il nostro tempo e il nostro denaro e ringraziamo tutti quelli che hanno creduto nelle potenzialità del progetto e hanno comprato le nostre realizzazioni.

C. Io personalmente sono ancora in evoluzione, la mia realtà fa fatica a sfociare in qualcosa di istituzionalizzato, però devo dire che non ho mai cercato un supporto esterno mi sono sempre affidata alle mie risorse e forse è proprio per questo che faccio fatica a decollare, ho diversi negozi che tengono i miei prodotti e molte collaborazioni ma sopravvivere non è facile!

Secondo voi, l’investimento in un’attività che “fa up-cycling” è maggiore, minore o uguale ad una qualunque attività economica e creativa che “fa design”?

E. È sicuramente una attività economica/creativa che fa i conti con aspetti nuovi .
Tenere un equilibrio tra produzione e basso impatto ambientale, scelta limitata e disponibilità dei materiali, competenze artigianali sempre diverse , completa e arricchisce il “fare” design.

C. Secondo me l’upcycling è ancora una nicchia, un affare per pochi, nel senso che piace molto ma non è ancora passata l’idea che l’oggetto di design e l’oggetto artigianale sono assimilabili, quindi in un certo senso il design ha un pubblico più esteso, piace di più. Poi fare upcycling prevede una preparazione del materiale, che da scarto diventa di nuovo utilizzabile, non trascurabile. Nel mio caso le vele vanno selezionate, lavate ripulite e smontate delle loro componenti inservibili(anelli, fettucce, cordini). Quindi c’è paradossalmente più lavoro che nell’avere a disposizione un tessuto nuovo, però dall’altra il materiale viene recuperato praticamente a costo zero.

Poi a un certo punto Camoz e Redolab si sono “incontrati”. Da dove nasce questa collaborazione?

E. Abbiamo avuto la possibilità di partecipare con un piccolo gruppo di espositori a tema riuso alla fiera della decrescita “altrofuturo” 2014 e in quell’occasione abbiamo esposto insieme a Camoz , quindi il caso ha voluto farci incontrare!!!

C. Come le cose migliori, l’incontro è stato puramente casuale, parlando con Enzo gli ho spiegato l’idea che avevo -da tempo – di realizzare uno sgabello con la seduta in vela riciclata, ma non mi interessava commissionarlo ad un falegname, ci voleva un filo conduttore che rendesse il pezzo coerente, quindi niente di meglio che una struttura in legno riciclato su cui montare la seduta in vela anch’essa riciclata, insomma un prodotto di upcycling in piena regola.

La sedia da meditazione: progetto azione. Come ha funzionato per voi il processo creativo/collaborativo?

E. La richiesta, come ti diceva Camilla, è partita direttamente da Camoz in quanto stava organizzando la sua partecipazione al mercato che si tiene a Trieste durante la manifestazione velica “Barcolana”. […] Per il processo creativo ci siamo affidati ciascuno alla propria fantasia ed esperienza e il risultato è stato la “sedia da meditazione” .

C. Come ho detto parlandone nasce tutto, la competenza di Enzo riguardava la realizzazione di una struttura maneggevole, in cui si potesse facilmente smontare la parte della seduta, quindi in un certo senso i grattacapi maggiori sono stati i suoi, io poi ho preso le misure a struttura finita e ho realizzato la seduta in tessile, che quindi è smontabile e lavabile.

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Ho iniziato a –letteralmente- contare quanti mercatini delle pulci ho incontrato, ultimamente, nei miei  viaggi in Europa ma anche solo in Italia.

Giusto per fare un elenco dell’ ultimo anno:

  • a Lisbona la Feira da Ladra

a Londra, poi, i mercatini vintage sono tantissimi (per citare alcuni dei più noti: il Portobello Road e il Brick Lane Market)

Insomma, ovunque andiamo, ultimamente, volenti o nolenti, incappiamo in un mercato dell’usato. Molti di questi luoghi sono storici, caratteristici delle città in cui si svolgono e prova, duratura, del valore che il riuso ha come pratica (e come salvatasche !).

I mercatini delle pulci sono luoghi antichi delle città, molto spesso considerati identitari e imprescindibili dalla vita stessa di un quartiere. Per questa ragione, e per il fondamentale valore economico dell’ economia dell’usato che oggi stiamo riscoprendo, i mercati storici dell’usato dovrebbero essere riconosciuti come identitari della cultura e della tradizione di un quartiere.

Naturalmente i dubbi che sorgevano, fino a poco tempo fa, su questi luoghi e che tendevano a farne spazi di margine, tra il legale e l’illegale, sono ancora diffusi. Non è raro soffermarsi tra le merci esposte e chiedersi da dove queste provengano. Eppure, in realtà, nonostante l’immaginazione che galoppa, va chiarito che quasi mai gli ambulanti che espongono nei mercatini delle pulci propongono merce di dubbia provenienza. Certo, considerata la legislazione in materia di rifiuti, preparazione al riutilizzo e mercato dell’usato, i venditori ambulanti si ritrovano, spesso, in zone grigie della legislazione.

Ma la diffusione di questi mercati tradizionali e il successo -come spazi economici e sociali- che essi hanno, dovrebbero essere una spinta in più, per le istituzioni, a chiarire norme e regole e a cercare soluzioni che rendano i mercati delle pulci una realtà più trasparente e meno “sommersa”. Al contrario i mercatini in conto vendita, di cui parlavamo qui, sono legalmente e fiscalmente regolati con norme precise, quelle relative alle attività di agenzie d’affari. Per questo motivo è garantita l’assoluta trasparenza e tracciabilità di ogni singolo articolo.

In ogni caso, quello che porterò sempre con me delle giornate perse a passeggiare per questi mercatini (oltre ad una meravigliosa giacca di pelle rossa pagata pochissimo!) è il ricordo delle folle che si incontrano, parlano, scambiano, vendono e comprano e, spesso, si raccontano le storie degli oggetti che passano di mano in mano.

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Nel viaggio di SpazioRiuso.it attraverso gli spazi dell’usato e del riuso abbiamo notato una gran confusione anche nel confrontarci sui luoghi in cui si scambia e si vende/compra la merce usata, in particolare i non “addetti al riuso” che non sono direttamente  coinvolti in questo nuovo spazio economico  sembrano far confusione tra negozi e mercatini dell’usato –persino qui in redazione durante le riunioni!

Quando parliamo di mercatino dell’usato non intendiamo soltanto i mercatini che tutti immaginano  -quelli un po’ pittoreschi che si svolgono tra le strade e le piazze delle nostre città per intenderci- ma questa parola “colorata” definisce anche un altro tipo di spazio: sono mercatini dell’usato anche alcuni dei negozi dell’usato che puntano sull’economia del riuso come stratagemma e speranza per un’ economia più sostenibile.

In particolare questi mercatini si definiscono “mercatini in conto vendita”; si tratta di strutture, più precisamente delle agenzie d’affari, in cui i cittadini –privati- possono portare ed esporre i propri oggetti usati perché altre persone, interessate, li vedano e possano acquistarli.

Il titolare del mercatino in conto vendita, quindi, non ha, nel suo negozio, oggetti e, in generale, merci di sua proprietà ma li espone e vende per conto di terzi. Il suo rientro economico, in cambio di questo servizio di intermediazione, è una commissione calcolata in percentuale sul prezzo di vendita dell’oggetto.

Chiunque voglia vendere un oggetto in suo possesso, quindi, anche per questioni normative e fiscali, può portarlo semplicemente in un mercatino in conto vendita .

È bene ricordare che la merce in vendita resta sempre di proprietà del privato cittadino e il responsabile del mercatino si incarica di custodirlo con cura ed esporlo come stabilito nel contratto.

Se decidi di portare della merce in un mercatino dell’usato ricorda che il tuo guadagno –ma anche quello del responsabile del mercatino- diminuiscono col passare del tempo. Del resto il valore di un oggetto usato dipende dal suo valore d’uso che, a sua volta, dipende dalla volontà e dal bisogno che hanno gli altri di riutilizzarlo.

Ad esempio se portassimo in un mercatino la prima sciarpa fatta a mano da un nostro familiare –che, per quanto sia soddisfacente vederla finita è, probabilmente, piena di errori, buchetti e fili che spuntano dove non dovrebbero- probabilmente nessuno la comprerebbe neanche al prezzo di costo della lana usata per farla: quella sciarpa per il proprietario ha un valore altissimo che però non è il valore attribuitole da altri, che non ne conoscono la storia e che non hanno un legame affettivo con la persona che l’ha fabbricata.

Al contrario, una bicicletta, un passeggino, una libreria, una bella borsa da signora, hanno un valore molto alto attribuitogli dalla collettività, e cioè il valore d’uso quotidiano.

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Un oggetto o un materiale possono essere recuperati per un diverso uso (cioè parliamo di riciclo e non di riuso!) e assumere funzioni e significati completamente diversi. Riciclare un oggetto significa attribuirgli un valore diverso da quello che aveva in origine; questo valore può essere maggiore o minore del precedente (il suo valore non cambia solo se lo usate per lo stesso scopo!)

Esempio:
Prendiamo un vecchio giornale che nessuno vuole più leggere, per riciclarlo possiamo usarlo per foderare la gabbietta del canarino, e in quel caso il suo valore diminuisce, nel senso che parte di quello che è il giornale – parole, notizie, immagini, idee, racconti– si perdono nella nuova funzione che ha il giornale; questo è quello che si chiama DOWN-CYCLING. In alternativa possiamo usare parti del giornale per un collage che racconti qualcosa di quella giornata; in questo caso il giornale diventa parte di qualcosa di nuovo, con un valore aggiunto dalla creatività di chi lo ha trasformato in qualcos’altro. In questo caso parliamo di RIUSO CREATIVO o UP-CYCLING.

DOWN cycling
Il down-cycling è, letteralmente, trasformare un prodotto in qualcosa con un valore minore; significa quello che normalmente indichiamo con la parola “riciclo”: scomporre e ricomporre i materiali perché possano essere utilizzati nuovamente. Generalmente il processo di scomposizione e ricomposizione di un materiale implica una sua diminuzione di valore, si tratta, spesso, di oggetti meno pregiati o meno resistenti o, semplicemente, con un minore volume: ad esempio riciclare la carta implica perdere, ogni volta, delle piccole quantità di essa (in un ciclo – idealmente- infinito di uso e riciclo, ci ritroveremmo con quantità di carta sempre minori). Per altri materiali, come la plastica, il processo di fusione di tante plastiche differenti dà origine ad una plastica meno resistente e pregiata.

UP cycling / RIUSO CREATIVO
Tecnicamente up-cycling significa convertire materiali di scarso valore in materiali e prodotti più desiderabili (cioè con un valore maggiore). Nella pratica quotidiana Up- cycling è un processo in cui lo strumento necessario a trasformare i materiali e gli oggetti  è la nostra creatività; quella scintilla di fantasia capace di costruire tavoli e panchine dalle cassette di legno del fruttivendolo o giocattoli per bambini dai tubi dei rotoli di carta igienica.

 

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Le tre R dell'ecologia

Alcune delle definizioni di base, per gli obiettivi che SpazioRiuso.it si propone, sono contenuti nella normativa europea (DIRETTIVA 2008/98 CE).
Qui, comunque, cerchiamo di proporvi un minuscolo dizionario delle parole chiave e dei temi che più spesso ritroverete in SpazioRiuso.it.

SCARTI / RIFIUTI
Il rifiuto è una sostanza o un oggetto di cui il proprietario non ha più bisogno e decide, per scelta o per obbligo, di disfarsene.

Un rifiuto è la buccia della mela, il pacchetto dei fazzoletti dopo che li hai usati tutti, la bottiglia di cola vuota ma anche il quaderno di scuola dello scorso anno con delle pagine ancora non usate, il maglione infeltrito o il computer portatile che non si accende più. Sono scarti della nostra vita quotidiana, cose che ogni giorno decidiamo che non ci servono più.

“L’inquinamento si produce quando il ciclo di sostanze nutrienti viene disturbato: quando vengono introdotti prodotti di rifiuto che per tipo, o per tasso di produzione, non possono essere usati dagli organismi presenti. La maggior parte delle creature produce residui che possono essere tossici per loro stesse o anche per altri, e così possono turbare il ciclo degli scarti. L’uomo è unico perché produce sostanze tossiche per tutti gli esseri viventi, incluso se stesso. Inoltre ci distinguiamo per la quantità di materiale di scarto che vomitiamo, e per la sua novità.
K. Lynch. “Deperire. Rifiuti e spreco”

RIDUZIONE / PREVENZIONE
Per prevenzione/riduzione si intende produrre meno scarti. Significa agire prima che il prodotto o il materiale diventi inutile o che il processo che li genera produca ulteriori rifiuti.
Un esempio sono i sacchetti del supermercato (per ridurre il loro consumo infatti oggi li paghiamo alla cassa!) o le scatole dei cereali (che oggi possiamo comprare sfusi!); riduci la produzione di scarti anche quando usi l’acqua del rubinetto invece che quella nelle bottiglie di plastica o quando rammendi un calzino invece che buttarne via un paio.

RIUSO
Il riuso è qualunque operazione per cui, materiali, oggetti o loro parti, sono impiegati –di nuovo- con lo stesso scopo originario. Come le cullette antiche che i membri di una famiglia si passano di generazione in generazione o la montatura degli occhiali a cui cambi solo le lenti o, ancora, una pila di carta stampata di cui usi il retro bianco per scarabocchiare mentre sei al telefono.
Possono essere riutilizzati anche oggetti che per qualcuno sono rifiuti: le scatole di cartone che i supermercati buttano via sono utilissime per chi sta traslocando o la batteria di un cellulare che si è rotto può essere usata da qualcun altro che ha lo stesso modello.

RICICLO / RECUPERO MATERIALI
Riciclare significa recuperare materiali e oggetti e trattali per utilizzarli con scopi differenti da quelli per cui sono nati. La differenza dal riuso, quindi, sta nel passaggio intermedio che subiscono gli oggetti: si parla di riciclo quando, in qualche maniera, trasformiamo materiali ed oggetti in qualcosa di diverso.
Ricicliamo quando ricopriamo il fondo della gabbia del pappagallino con i vecchi giornali, o quando usiamo i cartoni delle uova per piantare i semini di una pianta.

Queste tre parole sono, quindi, tre differenti modi in cui possiamo diminuire l’inquinamento prodotto dai nostri rifiuti, ognuno di essi però ha bisogno di quantità di energia differenti:

ES.1
per spostare il bottone di una giacca, perché abbiamo messo su un po’ di pancia e ci sta stretta, abbiamo bisogno solo di un paio di forbici, del filo e di un ago; farla usare a qualcun altro significa, almeno, che questo qualcuno dovrà venirla a prendere o dovremmo portargliela noi, consumando benzina (sempre che non usiamo una bici!) e noi poi dovremmo comprare una giacca nuova; riciclarla vorrebbe dire trasformare, ad esempio, il tessuto della giacca in qualcos’altro, il che implica, spesso,processi industriali complicati.

ES.2
se, a tavola, usiamo l’acqua del rubinetto e una brocca di vetro non produrremo rifiuti; se, invece, compriamo una bottiglia di acqua in plastica ma poi la riutilizziamo, ad esempio con l’acqua del rubinetto per annaffiare le piante, avremo evitato che la bottiglia diventi, immediatamente, un rifiuto; infine, se decidiamo di riciclare la plastica, perché essa diventi, dopo un processo industriale, una bottiglia nuova avremo meno rifiuti ma durante il percorso che fa la plastica per essere trasformata verranno utilizzate acqua, energia e sostanze chimiche.

 

È per questo che si parla di una ”GERARCHIA DI RIFIUTI” e l’opzione che richiede meno spreco di energie e risorse è sempre quella preferibile!

 

Questi sono dunque i punti di partenza, la base di una nuova sostenibilità che Spazio Riuso vuole contribuire a diffondere. Col tempo speriamo di  costruire un nostro singolare linguaggio che racconti le infinite sfaccettature di questa pratica antica che è il riuso. Ogni contributo è ben accetto!

 

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