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Un orologio Swatch in edizione limitata è un bell’oggetto di per sè. E’ un oggetto da collezione, per chi ama il collezionismo. C’è chi invece non sopporta le collezioni e non sopporta di sottrarre vita agli oggetti.  E’ così che il Che Guevara Revolucion, acquistato in un mercatino dell’usato di Firenze, è tornato a ticchettare al polso di Adele.

Non è costato molto, ma per lei vale molto: il divertimento e la soddisfazione di poter rispondere alla domanda: “che ora è?”  – ” E’ l’ora della revolucion!!!”

In fondo … ogni minuto potrebbe essere quello giusto per decidere di cambiare il mondo.

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Prima di appartenere a noi questa poltroncina in vimini insieme a due sedie e ad un porta vaso (sempre in vimini) appartenevano alle sorelle del nonno, la zia Gina e la zia Carolina ed erano state comperate in Francia diversi decenni fa. Quando la zia Carolina si è ammalata uno dei suoi fratelli ha avuto l’idea di attaccare ad una delle due sedie delle ruote, trasformandola in una sedia a rotelle in vimini. Oggi invece, ritornate alla loro forma originale, fanno parte dell’arredamento della camera degli ospiti.

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Da anni ormai non serve più, non so neppure se è rotto o solo nessuno sa più farlo funzionare, eppure ricordo ancora il magico ronzio … Ed era subito cinema!

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Mia mamma sostiene che mia nonna sia una collezionista, o meglio ancora, una raccoglitrice, perché non c’è necessariamente un metodo nel suo collezionare, lei semplicemente non butta via mai nulla e se trova qualcosa che le piace o che ritiene possa essere utile lo mette da parte.

L’anno scorso mentre la stavo aiutando a mettere una serie di altre cose in cantina, la nonna ha visto quattro sedie, due sue e due della zia Dina e dello zio Vittorio che aveva messo in cantina negli anni ’70, e pensando ad una sedia simile che aveva visto in una vetrina in centro le venne l’idea di ricoprirla con fumetti per rinnovarla e renderla “moderna”. Per cui nel giro di poche ore armata di fumetti e colla mi sono messa al lavoro e in meno di una giornata di lavoro avevo ricoperto due delle quattro sedie, una con fumetti in bianco e nero e l’altra a colori. Tuttavia nel frattempo ci era venuta l’idea di rinnovare le altre due sedie in maniera diversa, cercando di consumare alcune delle vernici che da decenni stavano sullo scaffale più alto del garage. In particolare ci piaceva l’idea di poter riprodurre quadri astratti di artisti del Novecento: il primo a passarmi per la mente fu Mondrian, e come le linee geometriche potessero essere facilmente integrate nella struttura della sedia, il secondo fu Pollock, e l’idea di poter giocare con gli spruzzi di pittura. Così dopo due giorni di lavoro più o meno intenso le sedie erano pronte e la nonna le ha orgogliosamente esposte in giro per casa.

Lucia

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Tra gli anni ’70 e gli anni ’90 gli uffici sotto casa della nonna erano stati affittati alle poste. Questo mobile veniva usato per ordinare e dividere la posta. Negli anni ’90 gli uffici hanno traslocato lasciandosi dietro tante immondizie ma anche tante cose riutilizzabili, tra queste c’era questo scaffale che con un po’ d’olio di gomito la nonna ha pulito e rimesso a posto.

Nello stesso periodo mia sorella aveva cominciato a frequentare il gruppo locale del CAI (club alpino italiano) e ad andare in montagna una volta al mese, portando a casa da ogni escursione sassi, fossili e pietre trovate camminando. Senza pensarci più di tanto la nonna ha colto l’occasione e le ha regalato il vecchio mobile delle poste per mettere in bella mostra la sua collezione di pietre.

Oggi buona parte delle pietre sono finite in giardino e il mobile è diventato parte integrante dello studio, accogliendo nei suoi numeri scomparti una miriade di diverse cose, da fossili e pietre, a fischietti, batterie, CD, audio-cassette, conchiglie e tanti altri oggettini.

Lucia

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Era estate e come tutti gli anni ci davamo appuntamento nella casa di campagna a Casteggio per trascorrere insieme un fine settimana. La mattina era dedicata alle spese, si scendeva in paese per andare al mercato: a piedi era più veloce la scorciatoia che tagliava la collina, una stradina ripida tra ville e case. Sulla sommità quel giorno ci apparve lui: il guerriero. 

Era appostato ai margini della strada, solo, accanto al bidone dell’immondizia.  

Chi può averlo abbandonato e per quale motivo?”  Gli mancava però la mano sinistra.

Il guerriero monco fu adottato e portato a casa. 

Al posto della mano destra ora ha l’uncino, un vecchio ferro di cavallo trovato in magazzino. Gli dona e gli dà un’aria meno formale, ma pur sempre dignitosa per il suo ruolo. E’ stato subito posizionato in giardino, vicino all’ingresso. Da quel giorno è di guardia alla casa, soprattutto d’inverno quando è disabitata.

 D’estate gli viene data licenza di giocare con la famiglia … anche a tiro a segno.

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Avevo dodici anni e andavo in seconda media. Lei si chiamava Barbara ed era bellissima. Caschetto nero, nasino alla francese, occhioni da cerbiatto. Il giorno in cui mi invitò al suo compleanno ero il ragazzino più felice del mondo. Fantasticai per giorni su quell’evento grandioso, immaginandomi sguardi intensi, ammiccamenti e infine confessioni amorose. Ma poi, come spesso accade, la festa si rivelò una gran rottura di coglioni. Patatine, cocacola, silenzi, imbarazzi preadolescenziali, giochi idioti e musicassette. Già, musicassette. Tra queste ce n’era una che mi colpì all’istante, appena fu inserita nel radioregistratore Grundig grigio. Si trattava, come avrete intuito, di Introducing the Hardline according to Terence Trent D’Arby. Le canzoni erano una più bella dell’altra e non lasciavano scampo. Il giorno dopo chiesi a mio padre dieci mila lire e andai subito ad acquistarlo.

La cotta per Barbara passò in fretta, sostituita da quella per Elisa, poi da quella per Marcella, poi da quella per Lucia… ma la passione per questo album non mi abbandonò mai: sopravvisse alla scoperta dell’Heavy Metal, poi del Punk, poi dei Sixties…

In seguito quel disco accumulò tanta polvere, è vero: c’erano tante cose da scoprire ed ascoltare. Ma da qualche parte quel ragazzino imberbe e insicuro si esalta ancora quando ascolta Wishing Well, Dance Little Sister, Rain, Sign Your Name o Seven More Days.

Michela

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Mia nonna Isa era un tipo tosto, carattere forte, aveva attraversato gli anni della seconda guerra mondiale con stoico senso del sacrificio e della lotta; da sola con tre figlie da accudire mentre mio nonno era prigioniero in Libia.

Mia nonna Isa era molto severa con noi nipoti, un po’ mi faceva paura e quando andavamo a trovarla, lei viveva a Mestre mentre io sono ‘campagnola’, restavo sempre colpita dagli odori della sua casa e dagli oggetti che conteneva. Odori diversi da quelli ai quali ero abituata, odore di naftalina, smog, un mix di cucina e appretto; ricordo le chincaglierie in vetro che si era portata da Venezia, l’acqua con l’idrolitina per renderla frizzante e togliere il sapore del cloro, i formaggini tigre, lo strano colore delle piastrelle del suo bagno e il profumo del sapone che usavano lei e il nonno.

Io che ora sono vegetariana da più di un anno, non ho mai amato la carne fin da piccola, con lei ero costretta a mangiarne e guai a lasciare anche solo un pezzetto sul piatto; dopo il pasto riposino forzato e guai a fare un qualsiasi piccolo rumore, lei e il nonno avevano il sonno leggero…ma io ne combinavo di tutti i colori, nonostante la soggezione che mi metteva, ero comunque una piccola teppa.

Mi rendo conto che non la sto dipingendo come la classica nonna che vizia i nipoti, ma con il tempo, crescendo ho imparato a capire il perché e apprezzarla, questo anche con l’aiuto di mia madre che l’adorava nonostante la sua severità e la durezza con la quale l’aveva cresciuta.

Questo era il ventilatore di mia nonna Isa, anni ’60, ha cambiato tre case, due a Venezia per poi finire a Mestre, in Cipressina. E’ un ricordo che mia madre conserva gelosamente e funziona ancora!

E’ molto potente ha due velocità e tre piccole ventose sotto la piantana che servono ad attaccarlo da qualsiasi parte, cocciuto e tenace come la nonna…ma ho il sospetto che consumi come una centrale elettrica…

Michela

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Questo telefono è sempre appartenuto a una casa di Mira dal 1975 finché l’allora SIP non cambiò tutti i telefoni con modelli più nuovi. Lui però non ha voluto andarsene, ha voluto restare, quella era la sua casa e sulla targhetta sopra la rotella conserva ancora il numero di telefono e quell’aria un sicura di chi sa bene quale è il suo posto.

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Adesso posso dirlo, sono proprio felice. Sono stata acquistata nel 1975 ed ho sempre fatto il mio dovere fino in fondo, senza mai tirarmi indietro finché un giorno, senza nessuna spiegazione, sono stata riposta in una soffitta buia. Inutile dire quanto ho sofferto, non riuscivo a farmene una ragione. Un bel giorno sono stata portata in un mercatino dell’usato e sono stata acquistata da un gentile signore che mi ha portato a casa sua ed ho ripreso finalmente a vivere, a fare ciò che mi piace.

Claus

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