sostenibilità

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OfficineZero è un progetto per il riuso delle Officine ex-RSI, uno spazio di produzione per i vagoni notte dei treni in un’area strategica di Roma, poco lontano dalla stazione di Tiburtina.

La fabbrica è stata chiusa nel 2008 ed acquistata da privati per un progetto di housing speculativo.

Per i lavoratori la prospettiva era la cassa integrazione così, in risposta allo stop della produzione e alla prospettiva di licenziamento, nel 2012 hanno occupato la fabbrica proponendo il riuso di quello spazio in funzione produttiva e autogestita.

Poco dopo si sono uniti a loro alcuni studenti romani e il progetto OZ ha, man mano, preso forma.

L’obiettivo è preservare il carattere produttivo dell’area e sfruttare edifici, conoscenze, mano d’opera e attrezzature per (r)innovare la fabbrica.

Nel 2013 è quindi, formalmente, partito il progetto OfficineZero:
ha come obiettivi la riconversione e rigenerazione dello spazio fisico delle officine, un complesso di capannoni destinati alla produzione ed edifici che avevano funzioni direttive, e un percorso di auto-organizzazione animato da figure produttive diverse che si combinano per inventare alternative alla crisi economica, sociale e produttiva che ci tocca in sorte.
Officine Zero nasce dalla convinzione che le competenze dei manutentori dei treni-notte possano essere RIUSATE per insegnare ad altri come recuperare oggetti dismessi (anche solo riparandoli) e formare una cooperativa che operi nel mondo del riciclo e del riuso.
Ormai in tutta Europa e pratiche di riduzione dei rifiuti producono nuove forme di economia, dove compatibilità sociale e ambientale sono inscindibili.

Il concetto di RIUSO diventa, quindi, centrale in tutto il processo e attraversa, trasversalmente, gli spazi, le competenze, le attività di produzione.
OZ fa dell’ economia del riuso il proprio punto focale.

Per la riconversione della attività all’interno delle Officine Ex-RSI si prevedono due fasi:
La Fase 1 è ancora una fase legata all’informalità- poiché ancora in assenza di autorizzazioni per il trattamento dei rifiuti- in cui dalla mappatura delle competenze già presenti, a partire tra gli operai ex-RSI, si possono avviare dei corsi di formazione pratica sul campo in settori come tappezzeria, falegnameria, elettrotecnica, lavorazione dei metalli etc. da sperimentare su beni in medio stato donati dalla rete degli svuotacantine coinvolti e dal territorio (in seguito all’avvio di una campagna di comunicazione).
Si affiancherà alla formazione pratica quella teorica in campo ambientale coinvolgendo associazioni ambientaliste e si potranno inoltre attivare percorsi di promozione di servizi di riparazione, manutenzione e allungamento della vita dei prodotti a domicilio contribuendo così a consolidare il rapporto col territorio.
La Fase 2 prevede un percorso di formalizzazione in cui far nascere come soggetto legale, in una qualche forma giuridica ancora da definire, il Centro di preparazione al riutilizzo e alla riparazione.

L’esperienza di Oz è iniziata alla fine del 2013 e, pur partendo come occupazione illegale, ha iniziato a costruire un dialogo con l’amministrazione pubblica.
La Regione Lazio ha dichiarato il progetto economicamente sostenibile e il piano di fattibilità convincente, impegnandosi quindi a sostenere interventi volti allo sviluppo dell’area; il Comune di Roma si è messo a disposizione per un tavolo di confronto interistituzionale.

Officine Zero conferma, quindi, il riuso come pratica intelligente, per lo spazio, per le persone e per il futuro della produzione.

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SpazioRiuso.it arricchisce il dizionario del riuso grazie al contributo di Mirco Rossi.

“L’umanità sta superando numerosi “limiti” e mettendo in discussione le condizioni stesse della sua esistenza, legate all’equilibrio dinamico che ha governato il pianeta. Gran parte delle abitudini e dei comportamenti che si sono consolidati nell’ultimo mezzo secolo di “vacche grasse” devono essere abbandonati o cambiati, a partire dalla insulsa distruzione di materia e di energia che costituisce l’insieme dei nostri rifiuti. La più semplice e facile risposta è la pratica del riuso e del riutilizzo.”

Così iniziamo a riflettere a partire dalle esperienze personali e da una conoscenza del fare.

Riuso: antico vizio di famiglia che … si consolida.

In questa foto ci sono tante storie e tanti ricordi, uniti a funzionalità attuali e future.

Cerco di farne un sunto senza annoiare il lettore.

La sezione di rotaia.

Risale ai primi anni ’30, quando il nonno materno lavorava ancora nell’officina delle ferrovie. E’ un perfetto mini-incudine che offre piani, angoli netti, punti curvi o vuoti, per raddrizzare, appiattire, sagomare, curvare o piegare opportunamente piccoli oggetti di metallo. L’ho ereditato e lo tramanderò a uno dei miei figli che crescendo hanno imparato a sfruttarlo. Non so quantificare le innumerevoli volte che mi è stato utile. Da bambino l’uso più frequente che ne facevo era raddrizzare chiodi usati che, dal legname dov’erano conficcati, estraevo con ….

La tenaglia

Non ne sono certo ma dovrebbe risalire alla fine dell’800. Costruita artigianalmente con ferro acciaioso si caratterizza per l’apertura a rondine del finale di uno dei due manici, leggermente piegato, accorgimento utilissimo per sollevare di pochi millimetri la testa del chiodo conficcato nel legno per poi tirarlo fuori con le ganasce. Era del nonno paterno che ritengo l’abbia usata a lungo innalzando e smontando le impalcature necessarie a sostenere le sponde dei canali che scavava per “professione”. E’ sempre stata usata molto da mio padre e da me quand’ero bambino. Ultimamente la uso di rado perché ormai i chiodi si usano poco sia in falegnameria che in carpenteria. Ma talvolta è ancora utile.

Il metro

Si tratta di un metro d’acciaio a stecche di 10 cm ciascuna, un tempo insostituibile nelle officine e in particolare nel lavoro dei fabbri. Può essere piegato “di piatto” per seguire bene le curve, entrare in contatto senza problemi con metalli molto caldi, incandescenti, o con parti molto sporche e unte di olio. Lo adoperava mio padre nell’officina dello stabilimento dove lavorava dal 1942. Lo uso ancora quando le condizioni lo richiedono ma non così di frequente perché è lungo solo un metro.

Il trapano da traforo

Me lo regalarono che avevo 8 anni quando con gli amici avevo acquistato il pacco di disegni da incollare (con la colla che facevamo mescolando acqua e farina di frumento) sul compensato di faggio per costruire “a traforo” durante l’estate in parrocchia la Torre Eiffel. Era una grande sfida realizzare una struttura complessa, alta circa 120 cm, ma ci riuscimmo e ne andammo a lungo orgogliosi. Quel trapano è nato per fare fori da 1 o 2 mm di diametro su spessori di legno tenero spessi non più di 6-7 mm e infilarci dentro il seghetto che poi viene fissato allo speciale archetto. Diventato grande non ho più usato il traforo ma ho scoperto che quell’attrezzo è particolarmente efficace nel preparare, senza bisogno di attrezzature elettriche, il primo foro di “invito” nel muro quando si appende un quadro. Il chiodo così non rischia più di far saltare la malta dell’intonaco.

Il trapano a manovella.

Lo acquistai negli anni ’60 quando i trapani elettrici erano già ben diffusi ma ancora grandi, ingombranti, e si doveva alimentarli con il cavo dalla rete. Non esistevano gli avvitatori o i piccoli trapani a batteria.

Quel semplice trapano a ingranaggi soddisfava egregiamente le esigenze più minute che inevitabilmente si presentavano nel bricolage casalingo. Anche adesso, senza rete elettrica e con le batterie scariche, le sue prestazioni risultano utili.

Lo spaccanoci in acciaio inox

E’ uno strumento che uso quasi quotidianamente. Lo costruì mio padre nell’officina dove lavorava ricavandolo da una verga di acciaio inox. Faceva parte di un “servizio” che comprendeva un lungo coltello e un mestolo semisferico da cucina, con cui, appena sposato, arricchì la scarsa dotazione casalinga durante la guerra. Il resto del “servizio” l’ho già consegnato al più grande dei miei figli che ne fa uso normalmente.

Mirco Rossi, divulgatore sui temi dell’energia, sottolinea le connessioni tra i pericoli e le esigenze che emergono dalle sue ricerche tecnico-scientifiche e i valori etico-sociali della sobrietà, oggi largamente soffocati dai guasti del consumismo. È membro del Comitato Scientifico di Aspo Italia (sezione di Aspo International – Association Study of Peak Oil and Gas) e del Comitato Scientifico del Centro Studi l’Uomo e l’Ambiente di Padova.

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Nel viaggio di SpazioRiuso.it attraverso gli spazi dell’usato e del riuso abbiamo notato una gran confusione anche nel confrontarci sui luoghi in cui si scambia e si vende/compra la merce usata, in particolare i non “addetti al riuso” che non sono direttamente  coinvolti in questo nuovo spazio economico  sembrano far confusione tra negozi e mercatini dell’usato –persino qui in redazione durante le riunioni!

Quando parliamo di mercatino dell’usato non intendiamo soltanto i mercatini che tutti immaginano  -quelli un po’ pittoreschi che si svolgono tra le strade e le piazze delle nostre città per intenderci- ma questa parola “colorata” definisce anche un altro tipo di spazio: sono mercatini dell’usato anche alcuni dei negozi dell’usato che puntano sull’economia del riuso come stratagemma e speranza per un’ economia più sostenibile.

In particolare questi mercatini si definiscono “mercatini in conto vendita”; si tratta di strutture, più precisamente delle agenzie d’affari, in cui i cittadini –privati- possono portare ed esporre i propri oggetti usati perché altre persone, interessate, li vedano e possano acquistarli.

Il titolare del mercatino in conto vendita, quindi, non ha, nel suo negozio, oggetti e, in generale, merci di sua proprietà ma li espone e vende per conto di terzi. Il suo rientro economico, in cambio di questo servizio di intermediazione, è una commissione calcolata in percentuale sul prezzo di vendita dell’oggetto.

Chiunque voglia vendere un oggetto in suo possesso, quindi, anche per questioni normative e fiscali, può portarlo semplicemente in un mercatino in conto vendita .

È bene ricordare che la merce in vendita resta sempre di proprietà del privato cittadino e il responsabile del mercatino si incarica di custodirlo con cura ed esporlo come stabilito nel contratto.

Se decidi di portare della merce in un mercatino dell’usato ricorda che il tuo guadagno –ma anche quello del responsabile del mercatino- diminuiscono col passare del tempo. Del resto il valore di un oggetto usato dipende dal suo valore d’uso che, a sua volta, dipende dalla volontà e dal bisogno che hanno gli altri di riutilizzarlo.

Ad esempio se portassimo in un mercatino la prima sciarpa fatta a mano da un nostro familiare –che, per quanto sia soddisfacente vederla finita è, probabilmente, piena di errori, buchetti e fili che spuntano dove non dovrebbero- probabilmente nessuno la comprerebbe neanche al prezzo di costo della lana usata per farla: quella sciarpa per il proprietario ha un valore altissimo che però non è il valore attribuitole da altri, che non ne conoscono la storia e che non hanno un legame affettivo con la persona che l’ha fabbricata.

Al contrario, una bicicletta, un passeggino, una libreria, una bella borsa da signora, hanno un valore molto alto attribuitogli dalla collettività, e cioè il valore d’uso quotidiano.

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C’era una volta uno gnomo, che abitava nel bosco.

Il suo compito era proteggere la natura.

Era uno gnomo bambino a cui piaceva tanto giocare. Un giorno però successe una cosa: non riuscì più a entrare nella sua cameretta perchè era piena piena di giocattoli; sul tavolo, negli armadi, sotto il letto, sopra le librerie…non c’era più spazio.

Gnomo Rigioco non sapeva come fare, e si disperava al pensiero di dovere buttare via tutti questi giochi belli, funzionanti e tenuti bene. Decise di chiedere consiglio a Fata Arbolè. “Fata del bosco, cosa posso fare di tutti questi bei giocattoli che non uso più?” Fata Arbolè rispose: “La soluzione è semplice! Se sono giochi tenuti bene, funzionanti e puliti poi fare 3 cose: regalarli ad un amico oppure scambiarli con qualcuno. Esistono anche dei luoghi magici, dove le cose riprendono vita: sono i negozi dell’usato, dove puoi portare tutto ciò che può essere riutilizzato e trasformarlo in una risorsa.”

Gnomo Rigioco tutto soddisfatto tornò a casa felice di avere trovato una soluzione che rispetta la natura.

Puoi scaricare la storia di Fata Arbolè e Gnomo Rigioco qui

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Anche i tuoi libri hanno un loro ciclo: la carta nasce dalla cellulosa degli alberi, poi la carta viene tagliata in pagine che diventano libri; i libri vengono trasportati fino alla libreria dove tu li hai comprati. E adesso?
Alla fine, dopo averlo usato, il libro puoi conservarlo o gettarlo via; in questo modo il tuo libro diventa un rifiuto e si aggiunge alla montagna di altri rifiuti che inquinano la natura!

Ricorda però che se getti il tuo libro nella raccolta differenziata, la carta potrà essere riciclata per produrre altri libri senza dover tagliare alberi!

Ma se quel libro, proprio così com’è, potesse servire a un altro bambino? Esistono molti posti dove puoi portare i tuoi libri usati, di scuola ma non solo; alcuni negozianti sono disposti a ricomprarli da te, o a scambiarli con altri libri, così che qualche altro bambino possa riusarli dopo di te!

Perché i tuoi libri, però, possano passare nelle mani di altri bambini ricordati alcune piccole regole per conservarli al meglio:

  • se puoi, non strappare la copertina o le pagine;
  • cerca di non fare orecchie ai tuoi libri, per ricordare a che pagina sei arrivato o qualche cosa di importante che hai letto puoi usare dei comodi segnalibri!
  • usa, sui tuoi libri, solo la matita; evita di sottolineare o scrivere con penne o evidenziatori, anche sui libri di scuola!

Ricorda che, soprattutto i libri di scuola a fine anno, possono essere rivenduti dai tuoi genitori alle librerie! Se li avrai conservati al meglio sarà più facile, per i bambini che li compreranno, riutilizzarli e tu avrai dato una mano a ridurre l’inquinamento!

 

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RIPARARE E’ MEGLIO CHE RICICLARE

Far durare maggiormente le nostre cose è più efficiente ed economicamente conveniente che non ricavarne materiali grezzi attraverso il riciclo.

RIPARARE AIUTA IL PIANETA

La terra ha risorse limitate e non possiamo condurre all’infinito un processo di produzione lineare.

Il modo migliore per essere efficienti è riutilizzare ciò che giò abbiamo.

RIPARARE /FA RISPARMIARE

Riparare invece che sostituire è gratuito e più economico. Ti fa risparmiare un sacco di grana!

RIPARARE TI INSEGNA L’INGEGNERIA

Il modo migliore per capire come funziona una oggetto e’ aprirlo.

SE NON SAI RIPARARE UNA COSA NON LA POSSIEDI

La riparazione connette persone e strumenti, crea legami che trascendono il consumo, aggiustare e’ sostenibile.

 

Insomma AGGIUSTARE…

ti connette alle tue cose

fortifica e incoraggia gli individui

trasforma consumatori in contributori

suscita orgoglio nei proprietari

da’ un’anima alle cose e le rende uniche

rende indipendenti

richiede creativita’

è gioia

è necessario alla comprensione delle cose

fa risparmiare soldi e risorse!

Il manifesto “IO AGGIUSTO” è a cura di Michela Tessari.

 

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Le tre R dell'ecologia

Alcune delle definizioni di base, per gli obiettivi che SpazioRiuso.it si propone, sono contenuti nella normativa europea (DIRETTIVA 2008/98 CE).
Qui, comunque, cerchiamo di proporvi un minuscolo dizionario delle parole chiave e dei temi che più spesso ritroverete in SpazioRiuso.it.

SCARTI / RIFIUTI
Il rifiuto è una sostanza o un oggetto di cui il proprietario non ha più bisogno e decide, per scelta o per obbligo, di disfarsene.

Un rifiuto è la buccia della mela, il pacchetto dei fazzoletti dopo che li hai usati tutti, la bottiglia di cola vuota ma anche il quaderno di scuola dello scorso anno con delle pagine ancora non usate, il maglione infeltrito o il computer portatile che non si accende più. Sono scarti della nostra vita quotidiana, cose che ogni giorno decidiamo che non ci servono più.

“L’inquinamento si produce quando il ciclo di sostanze nutrienti viene disturbato: quando vengono introdotti prodotti di rifiuto che per tipo, o per tasso di produzione, non possono essere usati dagli organismi presenti. La maggior parte delle creature produce residui che possono essere tossici per loro stesse o anche per altri, e così possono turbare il ciclo degli scarti. L’uomo è unico perché produce sostanze tossiche per tutti gli esseri viventi, incluso se stesso. Inoltre ci distinguiamo per la quantità di materiale di scarto che vomitiamo, e per la sua novità.
K. Lynch. “Deperire. Rifiuti e spreco”

RIDUZIONE / PREVENZIONE
Per prevenzione/riduzione si intende produrre meno scarti. Significa agire prima che il prodotto o il materiale diventi inutile o che il processo che li genera produca ulteriori rifiuti.
Un esempio sono i sacchetti del supermercato (per ridurre il loro consumo infatti oggi li paghiamo alla cassa!) o le scatole dei cereali (che oggi possiamo comprare sfusi!); riduci la produzione di scarti anche quando usi l’acqua del rubinetto invece che quella nelle bottiglie di plastica o quando rammendi un calzino invece che buttarne via un paio.

RIUSO
Il riuso è qualunque operazione per cui, materiali, oggetti o loro parti, sono impiegati –di nuovo- con lo stesso scopo originario. Come le cullette antiche che i membri di una famiglia si passano di generazione in generazione o la montatura degli occhiali a cui cambi solo le lenti o, ancora, una pila di carta stampata di cui usi il retro bianco per scarabocchiare mentre sei al telefono.
Possono essere riutilizzati anche oggetti che per qualcuno sono rifiuti: le scatole di cartone che i supermercati buttano via sono utilissime per chi sta traslocando o la batteria di un cellulare che si è rotto può essere usata da qualcun altro che ha lo stesso modello.

RICICLO / RECUPERO MATERIALI
Riciclare significa recuperare materiali e oggetti e trattali per utilizzarli con scopi differenti da quelli per cui sono nati. La differenza dal riuso, quindi, sta nel passaggio intermedio che subiscono gli oggetti: si parla di riciclo quando, in qualche maniera, trasformiamo materiali ed oggetti in qualcosa di diverso.
Ricicliamo quando ricopriamo il fondo della gabbia del pappagallino con i vecchi giornali, o quando usiamo i cartoni delle uova per piantare i semini di una pianta.

Queste tre parole sono, quindi, tre differenti modi in cui possiamo diminuire l’inquinamento prodotto dai nostri rifiuti, ognuno di essi però ha bisogno di quantità di energia differenti:

ES.1
per spostare il bottone di una giacca, perché abbiamo messo su un po’ di pancia e ci sta stretta, abbiamo bisogno solo di un paio di forbici, del filo e di un ago; farla usare a qualcun altro significa, almeno, che questo qualcuno dovrà venirla a prendere o dovremmo portargliela noi, consumando benzina (sempre che non usiamo una bici!) e noi poi dovremmo comprare una giacca nuova; riciclarla vorrebbe dire trasformare, ad esempio, il tessuto della giacca in qualcos’altro, il che implica, spesso,processi industriali complicati.

ES.2
se, a tavola, usiamo l’acqua del rubinetto e una brocca di vetro non produrremo rifiuti; se, invece, compriamo una bottiglia di acqua in plastica ma poi la riutilizziamo, ad esempio con l’acqua del rubinetto per annaffiare le piante, avremo evitato che la bottiglia diventi, immediatamente, un rifiuto; infine, se decidiamo di riciclare la plastica, perché essa diventi, dopo un processo industriale, una bottiglia nuova avremo meno rifiuti ma durante il percorso che fa la plastica per essere trasformata verranno utilizzate acqua, energia e sostanze chimiche.

 

È per questo che si parla di una ”GERARCHIA DI RIFIUTI” e l’opzione che richiede meno spreco di energie e risorse è sempre quella preferibile!

 

Questi sono dunque i punti di partenza, la base di una nuova sostenibilità che Spazio Riuso vuole contribuire a diffondere. Col tempo speriamo di  costruire un nostro singolare linguaggio che racconti le infinite sfaccettature di questa pratica antica che è il riuso. Ogni contributo è ben accetto!

 

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